NAPOLINEW

Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo unigenito Figliolo affinche chiunque crede i Lui non perisca ma abbia vita eterna....Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezo di Me....

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Il significato

Il canto degli Italiani

il significato

Dell'elmo di Scipio

Publio Cornelio Scipione Africano (busto conservato ai Musei Capitolini di Roma)

L'Italia - ci dicono questi versi - si è scossa da un sonno secolare e ha indossato l'elmo di Scìpio perché, seguendo il suo esempio, ha deciso di liberarsi per sempre dagli invasori.
"Scìpio" è Publio Cornelio Scipione, detto l'Africano, trionfatore sui cartaginesi nella battaglia di Zama, che mise fine alla seconda guerra punica. Quella guerra aveva rappresentato uno dei momenti più drammatici per la Repubblica Romana. Nel 218 a.C., Annibale aveva condotto l'esercito di Cartagine dalla Spagna, attraverso le Alpi, ad invadere l'Italia. Roma gli si era inutilmente opposta, andando incontro alle sanguinose sconfitte del Ticino, della Trebbia e del Trasimeno. E a Canne, nel 216, Roma aveva subìto una delle più disastrose disfatte della sua storia. Ma Annibale non ritenne, o non fu in grado, di portare l'attacco definitivo all'Urbe. Così Roma ebbe il tempo per riprendersi, per riorganizzare le proprie forze e per portare la guerra direttamente in Africa.
Nel 202, sotto il comando di Scipione l'Africano, le legioni romane si scontrarono con l'esercito di Annibale a Zama (nell'attuale Algeria). Benché inferiori di numero, i Romani sbaragliarono i nemici, infliggendo loro una sconfitta che rappresentò la fine della potenza cartaginese.

Le porga la chioma

Anticamente alle schiave venivano tagliate le chiome - per distinguerle dalla donne libere che portavano, invece, i capelli lunghi. La Vittoria, ci dice il poeta, deve porgere le chiome per farsele tagliare, in quanto schiava di "Roma semper victrix", sempre vittoriosa.

Stringiamci a coorte

Legionari romani su una bireme da guerra (bassorilievo conservato al Museo Vaticano)


La coorte (cohors) era un'unità della legione romana. Diversa per numero e composizione nelle varie epoche, poteva essere coorte legionaria (la decima parte di una legione), coorte ausiliaria (costituita da alleati dei Romani), coorte pretoria (la guardia del corpo dell'imperatore), coorte urbana (la guarnigione dell'Urbe). Il termine è passato ad indicare in generale una schiera di armati.

Perché siam divisi


Il fondamentale ideale che mosse il Risorgimento italiano fu la realizzazione dell'unità della Patria.
Dalla fine dell'impero romano d'occidente, l'Italia era rimasta frammentata in una miriade di Stati più o meno grandi - talvolta deboli ed effimeri, talvolta potenti e duraturi, ma quasi costantemente intenti a feroci lotte fratricide che avevano indebolito l'idea stessa di nazione e avevano inevitabilmente favorita, quando non l'avevano addirittura sollecitata, l'occupazione straniera. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna aveva sancito la divisione del territorio italiano nei vari Stati raffigurati nella cartina qui sotto.
Fu partendo da questa situazione che si iniziò a ricostruire l'unità del suolo patrio: le Guerre d'indipendenza scandirono le varie fasi del Risorgimento fondendo insieme gli italiani, come auspicava il poeta, sotto un'unica bandiera - il Tricolore. L'unità d'Italia fu raggiunta infine con la vittoria nella Prima guerra mondiale e la conseguente redenzione delle ultime terre ancora rimaste sotto il dominio straniero: Trento e Trieste.



Uniamoci, amiamoci

Tutta la strofa è animata dalla profonda religiosità mazziniana.

Giuseppe Mazzini concepiva la rivoluzione che avrebbe portato all'unità dell'Italia come un vero e proprio dovere religioso da attuare in favore del popolo. Nella sua visione, la sovranità non è di una singola persona, per quanto nobile e valorosa, ma risiede in tutto il popolo - e ad esso deriva direttamente dal volere di Dio. L'espressione "Dio e popolo", che sintetizzava questo aspetto dell'ideale mazziniano, significava il manifestarsi di Dio attraverso il popolo e intendeva dire che la nazione "dev'essere un'operaia al servizio di Dio" e quindi dell'Umanità. Secondo Mazzini, la missione dell'Italia (unita "per Dio", cioè per volontà e opera di Dio), era quella di farsi ispiratrice del movimento di liberazione dei popoli europei, non nel perseguimento di un primato di potenza politico militare, ma ponendosi come un faro di solidarietà e libertà ("l'Unione e l'amore / Rivelano ai Popoli / Le vie del Signore"). E in questa ottica anche il giuramento di "far libero / Il suolo natio" assume il carattere sacrale dell'impegno preso con la Divinità.


Dovunque è Legnano

La battaglia di Legnano (dipinto di A. Cassioli)

Il 29 maggio 1176 l'esercito della Lega Lombarda intercettò a Legnano l'imperatore Federico Barbarossa, che da Como stava andando ad incontrare i rinforzi fiamminghi e germanici in arrivo attraverso la Svizzera. I Lombardi marciavano preceduti dal simbolo dell'autonomia comunale: il Carroccio. Era un grande carro trainato da buoi bianchi, sul quale sventolava il gonfalone comunale e rintoccava la campana Martinella, mentre un sacerdote pregava in ginocchio per la vittoria. Attorno al Carroccio si serrava la Compagnia della Morte, centinaia di vo-lontari che avevano giurato di vincere o morire. Non c'era un comandante in capo: la leggenda vuole che i Lombardi siano stati guidati da Alberto da Giussano, ma in realtà non si tratta di un personaggio storico.
L'imperatore aveva con sé circa duemila uomini: ad aspettarlo a Legnano ne trovò cinquemila della Lega. I Lombardi attaccarono battaglia con soli settecento armati e il Barbarossa rispose immediatamente all'assalto mettendosi perso-nalmente alla testa dei suoi e sbaragliando facilmente i nemici. Ma le forze comunali continuarono ad attaccare, a ripiegare e ad attaccare an-cora. Ad un tratto non si videro più l'imperatore e la sua insegna. Dalle file lombarde si alzò il grido di vittoria e le truppe imperiali si diedero alla fuga abbandonando sul campo i feriti e i car-riaggi. In realtà Federico non era morto: caduto dal cavallo che gli era stato ucciso, aveva trovato scampo in un bosco vicino e col calare della sera, lacero e disfatto, riuscì a tornare a Como. Nella notte, a Milano, il popolo festeggiò gioiosamente la vittoria attorno ai falò, radunandosi per ammirare gli straordinari trofei della battaglia: la spada e lo scudo del grande imperatore Federico I di Svevia, detto il Barba-rossa.
La notizia della sua sconfitta si diffuse ovunque con la velocità del lampo. Non era tanto una disfatta militare (in questo campo, la superiorità e la po-tenza armata dell'impero restavano indiscusse), quanto morale. L'umiliazione subita dal Barbarossa era il segnale che si poteva lottare per la libertà - e vincere.


Ogn'uom di Ferruccio


Francesco Ferrucci
monumento nella piazza di Gavinana


Il "Ferruccio" del poeta è Francesco Ferrucci, eroico difensore della Repubblica di Firenze (1527-1530) contro l'esercito dell'imperatore Carlo V d'Asburgo. Ferrucci aveva appreso il mestiere delle armi militando sotto le insegne di Giovanni delle Bande Nere. Nominato commissario della Repubblica, sconfisse ripetutamente le forze imperiali. Dotatissimo tattico e stratega, combatteva in prima fila con i suoi fanti e guidava personalmente gli assalti. Possedeva un carisma e un coraggio eccezionali, che riuscivano a rianimare i suoi soldati anche nelle situazioni più disperate.
Sotto il suo comando, il 2 agosto 1530 le truppe fiorentine assalirono la città di Gavinana, tenuta dagli imperiali. Nonostante i successi iniziali, i Fiorentini finirono per essere soverchiati dai nemici. Francesco Ferrucci fu fatto prigioniero e, ormai morente per le numerose ferite, venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura calabrese al servizio di Carlo V. "Vile, tu uccidi un uomo morto", furono le celebri parole d'infamia che l'eroe rivolse al suo assassino. Pochi giorni dopo, Firenze capitolò.
Francesco Ferrucci resta per sempre il simbolo del valore indomito lealmente posto al servizio della Patria e della libertà; "maramaldo", nella lingua italiana, è passato ad essere sinonimo di persona malvagia e prepotente che infierisce sui vinti e sugli inermi.


Si chiaman Balilla

Nel corso della Guerra di successione austriaca (1740-1748) la Repubblica di Genova era alleata con gli Spagnoli e i Francesi contro gli Austriaci e il Regno di Sardegna. Nel settembre 1746 Genova fu presa dalle truppe austro piemontesi al comando del generale Brown e dovette accettare pesanti condizioni di resa, tra le quali la consegna delle armi e delle artiglierie.
Al tramonto del 5 dicembre 1746, mentre un drappello di soldati austriaci stava trascinando per la via di Portoria un mortaio prelevato da una postazione sulle alture di Carignano, la strada sprofondò sotto il peso del pezzo d'artiglieria, che rimase impantanato. I soldati cercarono allora di costringere la gente del posto ad aiutarli e presero a bastonare chi si mostrava riluttante. Di fronte a questa prepotenza un ragazzo raccolse un sasso e lo scagliò contro l'ufficiale che comandava il drappello gridando "Che l'inse?" ("Si comincia?"). Il suo gesto fu immediatamente imitato e una fitta sassaiola costrinse gli austriaci ad abbandonare il mortaio e a darsi alla fuga. Fu la scintilla che fece sollevare il popolo genovese e diede inizio a una rivolta che scacciò dalla città gli invasori austro piemontesi.
Quel ragazzo di Portoria non è mai stato identificato con sicurezza, ma una solida tradizione vuole che si chiamasse Giambattista (Balilla) Perasso.
Fanti austriaci della guerra 1740-1748 (particolare da un dipinto di D.Morier)


I Vespri suonò


I Vespri Siciliani (dipinto di F. Hayez)


Tutte le campane ("ogni squilla") d'Italia hanno suonato per chiamare alla rivolta contro l'invasore, come fecero durante i Vespri siciliani.
La rivolta del Lunedì di Pasqua - alla quale fa riferimento il poeta - segnò l'affrancamento della Sicilia dal dominio della dinastia angioina. Il guelfo Carlo I d'Angiò, fratello del re di Francia, era stato incoronato re delle due Sicilie per contrastare il ghibellino svevo Manfredi, ma fin da subito il suo si era rivelato un governo di soprusi e sopraffazioni. Il malcontento dei siciliani esplose il Lunedì di Pasqua del 1282, prendendo spunto dall'offesa arrecata da alcuni soldati francesi a delle donne che uscivano da una chiesa dopo aver assistito al Vespro. I prepotenti vennero assaliti ed uccisi e le campane di tutte le chiese suonarono a distesa chiamando il popolo alle armi. Da Palermo la rivolta si estese rapidamente a tutta la Sicilia e i Francesi vennero scacciati dall'isola.


Le spade vendute

I mercenari ("le spade vendute"), che si sono poste al servizio degli invasori per denaro, saranno - ci dice il poeta - come "giunchi che piegano" di fronte al valore dei patrioti, mossi dall'amore di Patria.


Il sangue Polacco

Qui il poeta (che scrive Il Canto degli Italiani nel 1847) fa riferimento a un episodio accaduto l'anno precedente.
Il Congresso di Vienna (1815) aveva assegnato la Polonia all'impero russo (il "cosacco") e la città libera di Cracovia rimaneva l'ultimo lembo di territorio polacco ancora indipendente. Nel 1846 la Polonia era insorta contro l'occupazione straniera, ma la rivolta era stata soffocata nel sangue e l'impero austriaco aveva colto l'occasione per annettersi Cracovia.


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