Menu principale:
Il canto degli Italiani
IL CANTO DEGLI ITALIANI Il testo, la storia, il significato dell'Inno Nazionale della Repubblica Italiana
“Tutti gli uomini di una nazione sono chiamati, per la legge di Dio e dell’umanità, ad essere uguali e fratelli”(Giuseppe Mazzini).Ed è appunto chiamandoli“fratelli”che Mameli (convinto e coerente mazziniano) rivolge agli Italiani il Canto a loro dedicato.Oggi l’Italia, lungi ormai dall’essere“calpesta e derisa”, è una realtà fuori discussione; come fuori discussione sono l’unità della Patria, la sua indipendenza, la sua democrazia, la sua Costituzione repubblicana. Per questo, oggi, può risultare difficile comprendere fino in fondo l’emozione e la speranza che quel“fratelli”era in grado di suscitare nei patrioti risorgimentali.Ma nel 1847, quando il ventenne Goffredo Mameli scrisse ilCanto degli Italiani(è questo il titolo originale diFratelli d’Italia), l’Italia come la conosciamo noi era ancora un sogno, un’utopia. La Penisola era politicamente frammentata in una congerie di stati e staterelli, soggetti ai governi oscurantisti e illiberali imposti nel 1815 dal Congresso di Vienna. “L’Italia”, sosteneva sprezzantemente Metternich, era solo “un’espressione geografica”.IlCanto degli Italiani, invece, già con quel“fratelli”iniziale, dichiarava che l’Italia aveva il dovere morale di essere unita e che per i suoi figli era giunta l’ora di tornare ad essere popolo.Tutto l’Inno è improntato al messaggio mazziniano. Innazitutto, l’unità d’Italia. Puntigliosamente illustrata rievocando significativi momenti storici delle sue diverse aree“dall’Alpi a Sicilia”. E la stessa ampiezza dello sguardo suggerisce che il“fondersi insieme”non deve tradursi in un appiattimento che dimentichi o sopprima il grande patrimonio delle diverse realtà regionali.Diceva Mazzini,“l’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire”. E l’Inno è profondamente repubblicano: la Lega Lombarda, Ferrucci, il Balilla, i modelli d’azione che Mameli elenca nella quarta strofa, sono sì esempi di lotta contro lo straniero, ma sono anche l’istituzione repubblicana che combatte il governo monarchico. Così come tra le glorie di Roma (ricordate con qualche concessione alla retorica, come voleva lo spirito dei tempi) viene esaltato“Scipio”, il condottiero repubblicano Scipione l’Africano, e non Giulio Cesare o un imperatore.Sotto il profilo puramente estetico è inevitabile rilevare delle pecche tanto nei versi che nella melodia dell’Inno. Ma a dispetto delle sue lacune artistiche,Fratelli d’Italiariesce inequivocabilmente a coinvolgere emotivamente gli ascoltatori, a far vibrare quel sentimento di appartenenza a una nazione che nasce da una lunga storia comune e che spinge a superare le diversità e le divisioni. Ne era ben cosciente Giuseppe Verdi, che nel 1864 lo inserì con laMarsigliesee ilGod Save the Kingnel suoInno delle Nazioni. E ancora oggi, a più di centocinquant’anni dalla sua nascita, con la sincerità dei suoi intenti, con il suo impeto giovanile, con la sua manifesta commozione, l’Inno di Mameli continua a toccare quella corda dentro di noi che ci fa sentire ovunque siamo – ovunque siate –fratelli d’Italia.
*il poeta *
GOFFREDO MAMELInacque a Genova da una famiglia di origine sarda nel settembre 1827. Studente e poeta, condivideva gli ideali liberali e repubblicani propugnati da Giuseppe Mazzini. Nel 1847, l’anno in cui compose Il Canto degli Italiani, prese parte attiva alle manifestazioni genovesi per le riforme. Da quel momento la sua breve vita fu tutta dedicata alla causa dell’indipendenza e dell’unità d’Italia. Nel marzo del 1848 condusse un manipolo di volontari a sostenere l’insurrezione di Milano e combatté poi sul Mincio contro gli Austriaci come capitano dei bersaglieri. Nel febbraio 1849, dopo la proclamazione della Repubblica Romana, Roma venne posta sotto assedio dall’esercito francese. Mameli, benché malato, fu costantemente in prima linea nella difesa della città. Morì in seguito a una ferita il 6 luglio 1849, due mesi prima di compiere ventidue anni.
* il musicista *
MICHELE NOVAROa Genova nel 1822. Seguì gli studi di composizione e canto e mise il suo talento al servizio della causa italiana, musicando canti patriottici e organizzando spettacoli per raccogliere fondi a sostegno dei garibaldini. Nel 1847, a Torino, musicòIl Canto degli Italiani’amico Goffredo Mameli. Negli anni seguenti, a Genova, fondò la Scuola Corale Popolare, curò un’antologia di canti popolari e compose, nel 1874, un’opera buffa in dialetto genovese. Schivo e modesto, ebbe una vecchiaia amareggiata da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Morì nel 1885. “È morto a Genova – scrisse in quell’occasioneL’Illustrazione popolare– il Maestro di musica Michele Novaro. Fu l’autore della musica del popolarissimo e patriottico inno di Goffredo Mameli: Fratelli d’Italia, che ha scosso e scuote ancora tanti cuori. Visse povero e povero morì.”
*
come nacque l'inno“Colà [a Torino], in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal MagazzariDel nuovo anno già l’alba primierarecentissimo del piemontese BertoldiColl’azzurra coccarda sul pettodal Rossi. In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l’egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: – To’, – gli disse ; – te lo manda Goffredo. –Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. – Una cosa stupenda! – esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio.– Io sentii – mi diceva il Maestro nell’aprile del ’75, avendogli io chiesto notizie dell’Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli – io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’innoFratelli d’Italia.”(testimonianza di Carlo Alberto Barrili – poeta e patriota, amico e biografo di Goffredo Mameli)*